ANNO XCIX, XV di gennaio
Piega il polso stringendo qualcosa nel pugno. Flette il collo, Graziano, e lancia gli occhi al cielo: non ci sono nuvole su Piazza di Spagna, ma è come se piovesse. Clop clop clop. Eppure non c’è acqua, e le scale rimangono asciutte: le gocce che vengono giù da Trinità dei Monti sono palline. Clop clop clop.
Viene giù come Dio la manda: una pioggia di palline colorate.
Emozioni
Graziano alza il braccio verso il cielo, lì dove sta guardando, e apre la mano: una pallina verde. E’ veloce il movimento: spalla, braccio, polso: una pallina verde, la sua ultima pallina, cade giù. Verso il barcone, insieme a tutte le altre. Clop clop clop.
Ed è proprio così che si sente un artista quando crea: Graziano colora Piazza di Spagna e si sente Dio. E’ la vibrazione, l’emozione della pioggia e il suo ritmo poetico. I suoi occhi tornano a terra: la pioggia è finita, ma sulle scale ne risuona ancora l’eco. Graziano scende un gradino, poi un altro. E un altro ancora: clop clop clop: il suo passo è quello della pioggia. Poi si ferma, Graziano, e guarda giù verso il barcone. Che sull’acqua ha incamerato palline galleggianti. C’è un ragazzo giù: palleggia con il piede destro, poi con il sinistro. Usa una pallina rossa, poi una verde, poi un’altra gialla. Palleggia, il ragazzo: clop clop clop. Non lontano da lui, giù, vicino al barcone, c’è una signora che stringe la manina della figlia. La bambina ha un cappello in testa e nella sua manina, quella libera dalla stretta della madre, tiene una pallina gialla. La bambina gioca: raccoglie da terra le gocce colorate di Graziano e le lancia nel barcone. E’ un’emozione per la bambina, ma lo è anche per Graziano. Perché il gioco è emozione, e l’emozione è arte.

Sulle scale
Io sono rimasto fermo lì, sulle scale. Immobile, come colto da un temporale estivo. Mi piego sulle ginocchia e raccolgo una pallina. E’ blu la mia. Mi guardo intorno e non c’è neanche una pallina del mio colore preferito. Neanche una pallina arancione. Tengo la blu, e me la ficco in una tasca dei jeans. Volto le spalle al barcone e guardo su. Guardo verso Graziano e mi dirigo verso quella sua grossa pallina rasata. Gonfio il petto per urlargli contro in un romanesco che suona di napoletano.
- Ah Grazià, ma che cazz’ faje?
- Vaffanculo Diego nun rompere li cojoni E daje daje pure te.
- Sai dove dovresti ficcartele tutte ste palline?
- Ma che stai a dì Guardale se sentono ancora Sembra na pioggia na poesia de Quasimodo
- Na poesia de Quasimodo sti cojoni. Ma sai dove dovresti ficcarti sta grossa pallina che c’hai per capoccione?
- Nnamo ar bar che c’ho sete.
Al bar gli spiego la poesia di Quasimodo, penso. Mi confronto su Quasimodo che non è Marinetti e cerco il dialogo. Non gli dico grazià, hai rotto il cazzo co’ sta fissa per la quadricromia.
N’arancia
Ma Graziano viene preso sotto braccio da un carabiniere. Viene preso, identificato e fatto salire in una macchina. Di quelle blu con la striscia rossa, di quelle con le sirene sopra il tetto. Il carabiniere non gli mette la mano sulla testa a Graziano, ma lo fa salire dietro. E lo accompagna con un gesto del braccio. Mi avvicino e busso al finestrino posteriore con la mia pallina blu. Quella che ho conservato nella tasca dei jeans. Graziano fa fermare la macchina e abbassa il finestrino.
- A Grazià, t’ sì scurdàt na pallina. Quella blu carabinieri. Ma nun tià preoccupà, l’altra te la porto io.
- Mi scusi solo un attimo signor carabiniere Non ho capito qual’è l’altra pallina
- N’arancia, Grazià.
Al bar Graziano mi avrebbe risposto senza alzare il finestrino. Avrebbe risposto senza alzarmi in faccia il suo dito medio. Guardo la macchina allontanarsi e la mia pallina blu, stavolta, non la ficco nella tasca dei jeans. Provo a palleggiare: clop clop clop.
