ANNO C, VIII di marzo


Un’incisione: una V grossa quanto il cofano della mia Giulietta targata NA: non sono il benvenuto a Verona. Eppure, a Palazzo Barbieri entro senza mostrare il passaporto.


- Graziano Cecchini abbiamo un appuntamento con l’assessore Imma Cardellini
- Prego, seguitemi.

 

L’usciere cammina con passi brevilinei, ritmati dalla verve logorroica di Graziano. Attraversiamo i corridoi del Comune violandone il silenzio: Graziano con il suo trombone sul progetto Verona Futurista; io con il tac tac degli stivali da terrone texano. L’usciere nanerottolo corre, anche affrontando le quattro rampe di scale: quando mi accomodo nella sala d’aspetto dell’assessore, ho i polpacci che mi bruciano. Graziano, addirittura, non ha fiato per parlare.

Sala d’aspetto

Recupera lentamente la parola, Graziano, ma l’attesa di 5 minuti si prolunga: ascolto per circa un’ora i dirò farò sarò del futurismo rossotrevi applicati alla città di Verona. Parla Graziano, parla senza sputantèrr: Balla Boccioni Marinetti, Parigi Verona Trento, Dalì Picasso Vittorio, Firenze NewYork. E ancora: Trevi Spagna YouTube, MarioMerola fascismo comunismo, culi zizze figa, Eduardo Totò.
Guardo il mogano tombale della porta, sperando che si apra, e che l’assessore ci accolga. Niente: gli zombi, d’altronde, non esistono. Mi alzo, allora, e cammino affondando i tacchi sul pavimento.
 

- Grazià, n’ciàfaccecchiù: vado a prendere un caffè.
- Ma ora entriamo dài non...
- Un caffè? Ok, ti porto un caffè.

 

Scendo al bar sotto Palazzo Barbieri e lascio Graziano solo. Ad aspettare, inutilmente, che si apra il sarcofago: io ho già capito: Verona non è Napoli, Verona è l’efficiente nordest, ma ogni Comune è Paese.

Al bar

Il caffè non lo sanno fare qui a Verona: non pretendo le 3 C (Comm-Cazz-Coce), ma il pisciaturo che balla sull’orlo della tazzina è acqua sporca. Lo butto giù, il caffè, di botto. Ma, causa movimento nevrotico del gomito, urto inavvertitamente una signorina: il bitter rossotrevi del suo bicchiere inonda il pavimento del bar.
 

- Mi scusi.
- Si figuri, non si preoccupi.
-  Così mi fa
sentire vecchio prima del tempo: mi dia del tu.
- Ok, signor...
- Diego, ma non sono signore.

Sorride, e con il piccolo morso delle sue mani cerca il mio braccio.


- Piacere, Giulia. Ma gli amici mi chiamano Giulietta.
- Montecchi? -
scherzo.
 

La mia Giulietta è un’auto da rottamare; la signorina Giulietta, invece, è una preziosa smart (piccola dalle forme compatte) con i ricci ramati. I suoi capitielli turgidi mi guardano fisso negli occhi, senza pudore sotto un vestitino viola cartaceo.
Conversando con lei, non so perchè, la mia bocca sembra quella del Vesuvio: prendo a parlare con un accento marcatamente napoletano. Ma la conquisto in pochi minuti: merito del fascino di un dialetto? O forse perché, come insegna il famoso striscione della Curva B, Giulietta è ‘na ZOCCOLA ?
Esco dal bar con la smart Giulietta che, aggrappata al mio braccio, già si struscia: fatico a prendere il cellulare dalla tasca della giacca.
 

- Diego!
- Grazià, e allora?
- Niente Diego sto ancora a’spettà
- Aspetta aspetta, Grazià, ma c’aspiettaffà?
- E’ importante che...
- A Grazià, tu aspetta, che io, aspettando Godrò.

 

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immagine: Macchie di vernice